XXX Anniversario – Relazione di Mons. Tullio Citrini e testimonianze

Estratto dell’intervento di Mons. Tullio Citrini, uno dei protagonisti della stagione iniziale del Diaconato Permanente

La Diocesi di Milano è partita tardi, rispetto ad altre, nel ripristinare il Diaconato Permanente, ma nel frattempo di strada ne ha fatta. Ora chiediamo a questa storia di aiutarci a guardare avanti, con gratitudine.

Che cosa ci aspettavamo e che cosa ci proponevamo? Qualche proposito è raccontabile, e lo vedo abbastanza ben realizzato. Si poteva, si può aspettare soprattutto che lo Spirito santo decidesse, decida che cosa vada fatto. La prima memoria riguarda la certezza del dono, la fede che si è giocata nell’iniziare il cammino e nel continuarlo.

Anche i padri del concilio avevano le idee comprensibilmente molto confuse dopo secoli di disabitudine al ministero diaconale. Hanno scommesso per un puro atto di fede: esiste questo dono del Signore, testimoniato nel Nuovo Testamento e nella storia della chiesa come un sacramento. Anche a Milano alla fine ci si è decisi per un atto di fede simile a questo.

Si è immaginato il diacono come una figura agile e trainante. Agile secondo le necessità della missione e della pastorale e secondo i doni diversi che ciascuno riceve dal Signore. Ne vengono incarichi diversi per servizi diversi tutti inseriti nel tronco della pastorale della chiesa. Si è scommesso che questa agilità, capace di non bloccarsi su una figura ideologica precostituita (il diacono farà queste cose …), ma di essere disponibili ai molti doni dello Spirito e a servizi diversi nella chiesa, sarebbe stata trainante.

Si è scommesso su un’immagine di diacono precisa e esigente. Precisa non è il contrario di agile. Richiede fede, spirito di servizio, senso della chiesa, di giocare la partita della comunità cristiana e non la propria, senso della preghiera, capacità di intuire con intelligenza spirituale, con discernimento i bisogni del prossimo senza pesare sugli altri. Questo ha portato a non immaginare il diaconato come un regalino, come una piccola medaglietta che si può distribuire a chiunque, ma a chiedere un cammino serio ed esigente di preparazione e poi di formazione permanente.

Si è puntato su un’immagine evangelica e non clericale. Secondo il vangelo. Ma che cosa vuol dire “non clericale”? “Clericale” deriva da “chierico”, ma come aggettivo indica soprattutto una deformazione, pressappoco la tendenza a mettere simboli cristiani a vanvera nel posto sbagliato. Che il diacono non sia clericale vuol dire che la sua appartenenza al clero non diventi grottesca, invadendo spazi non pertinenti, vivendo un’umanità che non si sovraccarichi di orpelli.

Si è creduto a un’immagine di diacono ecclesiastica e di comunione. Cioè che ami la chiesa, che sappia collaborare, che sappia curare l’insieme della chiesa, che desideri che la chiesa sia una famiglia fraterna di discepoli di Gesù. E che faccia questo distribuendo l’eucaristia, ma anche nelle forme caritative, missionarie ecc.

Non sapevamo che cosa sarebbe venuto fuori, trent’anni fa; come quando nasce un bambino: cosa sarà? Un modello di uomo lo abbiamo in mente, ma ognuno è libero e giocare con questa libertà è dono dello Spirito Santo. Lo stupore è accorgersi che questa figura di diacono funziona. Non diciamo che a Milano funzioni meglio che altrove, però funziona! E abbiamo adesso 142 uomini di Dio pieni di Spirito Santo e di qualche difetto.

Il card. Martini un giorno sognò 1000 diaconi. È importante sognare, è importante anche aprire gli occhi e accorgerci che sognavamo. Il card. Martini ci ha insegnato anche a dare un volto ai nostri sogni con l’arte del discernimento; a dare un volto ma anche a lasciarli volare, a lasciarli volare e anche           atterrare. Sarà bello il giorno in cui i diaconi saranno più dei preti. Ma, ragionando sui numeri attuali, lo temo anche, perché i preti saranno meno dei diaconi.

Ci domandiamo: è maturato il presbiterio grazie all’esperienza del Diaconato? E la comunità cristiana è maturata? È difficile analizzare un’esperienza così complessa. Segni clericali esistono, ma trent’anni fa le cose erano realmente diverse. È troppo facile essere insoddisfatti; meno facile immaginare il futuro. Il popolo di Dio si è abbastanza abituato a vedere in giro i diaconi, vuole bene ai diaconi, dai quali si sente voluto bene.

Trent’anni fa immaginavamo il Diaconato come lo vediamo oggi? Se fosse così avremmo perso la necessità fisiologica di essere incontentabili. La scommessa sulla molteplicità agile delle forme del ministero diaconale si è rivelata vincente, ma deve continuare ad essere perfezionata, scoraggiando le figure smorte e i “micro-servizi”. L’identità del diacono non potrebbe avere una figura di servizio se non declinandosi secondo la molteplicità dei bisogni. Le possibilità di servizio si sono ampliate, non solo nei servizi amministrativi e caritativi: per esempio, il delicato e importante servizio nei cimiteri nessuno lo aveva pensato, i diaconi che fanno accoglienza spirituale in Duomo nessuno li aveva immaginati, eppure funzionano.

Anche la presenza educativa nella scuola è importante. Ma qui come altrove non abbiamo ancora finito di modulare il rapporto tra professione e ministero: per esempio chi opera nella scuola lo fa per professione o per ministero?

E’ stata una grande scelta quella di aver tenuto distinte le due cose, ma la vita normalmente non consente troppe distinzioni. Non si può fare una teoria troppo rigida perché la vita è troppo complicata. Abbiamo tanti esempi in cui custodire l’equilibrio è fatica di tutti i giorni. Le esperienze sono molte e le formule più semplici non sono forse quelle più giuste. Eppure spesso sono necessarie, perché noi non siamo Dio e le complicazioni inutili sono sempre in agguato.

Analogamente per i cammini di studio. All’inizio si gestivano artigianalmente per adattarsi alle situazioni di ciascuno. Poi è stato giusto accettare il rigore delle strutture degli istituti di studio. Non si può sopravvivere nel disordine e un titolo di studio è opportuno.

Infine capitolo importante è stato quello delle mogli dei diaconi: nel loro cuore, nella loro fede, nella famiglia, nella professione e nella parrocchia e nell’intreccio dialogante delle esperienze tra loro è stata una storia ricca di promesse e bellezza. Subito abbiamo ipotizzato di fare degli incontri anche per loro, ma la cosa ha preso forma solo con l’esperienza. Non bastava ragionare in astratto. È stato decisivo vedere facce, ascoltare storie, incrociare sguardi, affrontare interventi, interrogarsi su reticenze, percepire cammini, interpretare scelte, conoscere ciascuna per nome.

Come ogni memoria, quella che oggi celebriamo ci vede debitori del passato e del futuro. Sono contento che la Chiesa di Milano non abbia scommesso su immagini ideologiche del Diaconato. Lo Spirito del Signore continua a fare meraviglie!

      Mons. Tullio Citrini

14 ottobre 2017

Testimonianza diacono Ireneo Mascheroni

Testimonianza diacono Nicastro Francesco

Testimonianza Cristina moglie diacono Mottana