Scomparsa diacono Pietro Radaelli

Il diacono Pietro Radaelli è tornato alla Casa del Padre.

Ricordiamo Pietro nella preghiera e ci stringiamo con affetto alla moglie Graziella e ai familiari.

 

Omelia nelle esequie del diacono Pietro Radaelli – Milano, SS. Nazaro e Celso alla Barona. Testi: Sap 3, 1-9; Mt 5, 1-12

 Ci mettiamo anche noi a sedere, questa mattina, e lasciamo che anche a noi, come ai discepoli sul monte, Gesù spieghi il mistero della beatitudine. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza per capirlo, ci vuole una vita intera per entrare in questo che, almeno per il racconto di Matteo, è il “cuore” del Vangelo.

In realtà, le beatitudini le comprende veramente chi le vive. E noi crediamo che Pietro, il quale ha amato questa pagina di Vangelo, oggi vive in pienezza questa realtà: noi crediamo che Pietro adesso è nel regno dei cieli, è consolato, ha ricevuto in eredità la terra, si sazia della giustizia di Dio, ha trovato in lui misericordia, vede Dio con i propri occhi e vive la pienezza della condizione di figlio.

Noi oggi vogliamo dire che Pietro, insieme con Graziella, era convinto che le nostre famiglie potessero fare già su questa terra esperienza delle beatitudini, che la vita famigliare fosse via alle beatitudini evangeliche, beatitudini difficili, impegnative, ma reali, concretissime. Per le famiglie Pietro ha speso le energie migliori del suo ministero diaconale.

Pietro, con Graziella e con don Silvano Caccia, è stato alle origini della pastorale famigliare diocesana, è stato all’inizio di quella che è ancora oggi la pastorale famigliare in diocesi, con l’ufficio centrale di curia, i responsabili nelle zone e nei decanati. Come dei fondatori, a cui va oggi la riconoscenza della Chiesa di Milano.

Con loro è nato il modello della terna, o della triade: una coppia di sposi e un sacerdote, corresponsabili della pastorale familiare, un “esercizio di comunione”, come lo chiamava don Silvano, una convergenza di vocazioni diverse per il servizio alla realtà delle famiglie.

Di Pietro, ricordiamo anche la sensibilità per l’affido e l’adozione, accompagnando l’apertura dello “sportello Anania” presso la Caritas Ambrosiana. E poi la cura per la comunicazione, la diffusione di un notiziario, quella che oggi chiameremmo “newsletter”, per collegare le diverse realtà sul territorio. E poi ancora l’incontro diocesano per i fidanzati, iniziato con il cardinale Martini e strutturato proprio in quegli anni. Tutte realtà che, sviluppate, evolute, cambiate nel tempo, esistono ancora oggi, per il bene delle famiglie.

Pietro è stato uomo che ha lavorato per la famiglia, per tutte le famiglie, perché ha vissuto e amato anzitutto la propria famiglia, ha creduto che la famiglia possa essere davvero luogo delle beatitudini.

Quello di Pietro è stato un lungo e doloroso congedo, un esserci ancora e insieme un po’ un non esserci più. Quasi un presagio, un’immagine di una presenza/assenza più misteriosa ancora eppure reale, che è quella che si è inaugurata con la sua morte, con il suo passaggio al Padre, presso il quale vive, anche se noi non lo vediamo più.

Possiamo dire, con l’autore del libro della Sapienza, che Dio lo ha provato, lo ha saggiato come oro nel crogiolo – anzi, ha provato anche Graziella e tutti i suoi cari – , e non dubitiamo che l’abbia trovato degno di sé, che abbia accolto la sua offerta muta, impotente degli ultimi anni, così diversa dal suo darsi da fare negli anni dell’impegno e del vigore, e l’abbia gradita come un olocausto.

Il diacono Pietro ha confidato nel suo Signore, per questo ora comprende in pieno la verità, la verità dell’amore per la quale ha vissuto, la verità dell’amore coniugale e famigliare, così prossimo, così simile, quasi specchio dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Sì, il diacono Pietro ora comprende e vive in pienezza il mistero della beatitudine secondo il Vangelo.

Don Giuseppe Como

3 febbraio 2026