Cari diaconi, grazie alla segnalazione del diacono Lucio, ho letto con frutto e volentieri condivido, l’omelia della celebrazione delle ordinazioni presbiterali di Sua Eccellenza mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, nativo della nostra Diocesi e per molti anni professore di Teologia sistematica presso il seminario di Venegono.
Ministri della Risurrezione
Esulti il coro degli angeli,
esulti l’assemblea celeste:
un inno di gloria saluti il trionfo del Signore risorto.
Gioisca la terra inondata
da così grande splendore;
la luce del Re eterno
ha vinto le tenebre del mondo.
Gioisca la madre Chiesa, splendente della gloria
del suo Signore,
e questo tempio tutto risuoni
per le acclamazioni del popolo in festa.
E voi, fratelli carissimi, qui radunati
nella solare chiarezza di questa nuova luce,
invocate con me la misericordia di Dio onnipotente.
L’antichissimo canto del Preconio, che risale sino al IV secolo, affiora sulle nostre labbra e sgorga dal nostro cuore. La parola di Dio racconta l’apparizione del Risorto agli apostoli secondo il vangelo di Giovanni. Essa contiene cinque momenti che possono illuminare il vostro cammino come un bagliore che attraverserà tutta la vostra vita. Scorrendo i momenti dell’incontro con Gesù risorto potremo ritrovare anche alcuni tratti della prima e seconda lettura che abbiamo ascoltato.
- La presenza del Risorto
Il primo momento ci rimanda all’origine e al cuore della fede cristiana. Sappiamo che essa non sta solo all’inizio, ma permane sempre al centro della fede. Chi perde la centralità del Risorto, prima o poi perde anche sé stesso. Ascoltiamo:
19La sera di quel giorno, il primo della settimana,
mentre erano chiuse le porte del luogo
dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei,
venne Gesù, stette in mezzo:
Viene Gesù e sta in mezzo a noi. È facile riconoscerlo, perché sta in mezzo, ma subito ci sovviene la parola di Gesù: «Eppure, sto in mezzo a voi come uno che serve!» (Lc 22,27). Gesù il Vivente dimora al centro della nostra vita, per meno di questo non si può essere cristiani e diventare preti. Sta nel cuore della nostra esistenza, ci sostiene e incoraggia, quando le porte sono chiuse per timore dei giudei. Essi sono fratelli, ma non capiscono i cristiani, perché fanno prevalere le tradizioni dei padri preferendole alla promessa della nuova alleanza. I discepoli timorosi, che hanno visto Gesù morire sulla croce, si barricano nel cenacolo. È la sera del primo giorno della settimana, probabilmente il sabato sera. Per i giudei terminava la celebrazione del sabato, per i nuovi credenti iniziava il giorno della risurrezione. Gesù si rende presente con le porte chiuse, egli non bussa, ma scardina le nostre sicurezze e si mostra in modo inequivocabile: il Signore che s’è fatto servo diventa il servo che è innalzato come Signore. Noi facciamo tanta retorica sul Signore che si fa servo, che ci lava i piedi, che ci asciuga le lacrime, che mangia con noi, che accoglie i piccoli e gli ultimi, ma facciamo fatica a vedere che il servo rimane per sempre il Signore in mezzo a noi! La vita vissuta come Lui è una vita risorta, è l’esistenza in pienezza. Noi cerchiamo il primo posto, ci pensiamo come influencer di Dio, ma il Risorto non è lì, bisogna cercarlo da un’altra parte, non sta nel regno dei nostri progetti e delle nostre abilità, ma sta nella dedizione tenerissima per le ferite degli uomini e delle donne, nell’accogliere la sua vita che trasfigura dolori e amori, peccati e speranze, desideri e attese. Oggi il Signore sta qui in mezzo a noi e, come dice Giovanni, dobbiamo sentire il pudore che non osa neppure dirlo al vicino, perché «sappiamo bene che è il Signore» (cfr. Gv 21,12). Questa è l’unica esperienza che non si può mettere in mostra, bisogna dirla con cautela, quasi con ritrosia, perché è il perno e la sorgente della nostra vita!
- Il saluto della pace
Nel secondo momento il Signore viene riconosciuto come il servo che guarisce il cuore. La sua postura si vede dalle mani e dal costato, ma la sua voce proclama come uno squillo di tromba per due volte l’annuncio dello shalom pasquale: «Pace a voi!». Si vedono le mani e i fianchi, perché è risorto il Crocifisso, risuona l’annuncio della pace con tutti le sue note, perché i segni della passione rimangono scolpiti nell’Agnello immolato che ci libera dalle nostre catene. Sentiamolo:
e disse: «Pace a voi!».
20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi!
Questa è la nostra pace, non come quella che dà il mondo. La nostra è una pace pasquale. Giovanni nel discorso dell’ultima cena aveva anticipato il senso di questa pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me» (Gv 14,27-28). La pace di Gesù non è come quella del mondo, ancor di più come ce la dona Lui non è come la dà il mondo. Dove sta la differenza tra la pace che Gesù porta e la pace che il mondo vuole?
La “sua” pace passa dalla trasformazione di tutte le forme mortifere che feriscono le relazioni con l’altro da sé; la “sua” pace lotta contro tutte le azioni che generano solitudine, marginalità, invidia, gelosia, aggressività; la “sua” pace” cambia il nostro sguardo, perché osserva come Gesù ha guarito l’umanità ferita, come ha avuto pazienza con i suoi discepoli, ha accolto i bambini e le donne, ha raccolto i poveri e gli umili, ha educato alla preghiera e al senso buono della legge, ha ampliato gli orizzonti della carità.
La “nostra” pace invece è sospensione della guerra, è compromesso, è più preoccupata di cambiare il mondo cominciando dagli altri, che di cambiare noi stessi perché si irradi sull’umanità; la “nostra” pace vede il fratello come concorrente, non come promettente, vede l’altro come oggetto del proprio desiderio libidico di godimento, pensa che lo spazio del proprio io sia minacciato dalla presenza dell’altro; la “nostra” pace immagina che per essere il più bello del reame basto da solo, percepisce la comunione e la comunità come fatica; la “nostra” pace chiede di non penalizzare la creatività e di esaltare il narcisismo del mio ego. Qui nasce la gelosia, la maldicenza, il dileggio, la calunnia che s’insidia come un venticello e poi ci spaventa quando diventa un uragano.
I discepoli «gioirono al vedere il Signore». Essi vedono le ferite delle mani e del costato e credono – come dirà poco più avanti Tommaso – il «mio Signore e il mio Dio»: il Dio della vita, il Dio disarmato della pace pasquale, il Vivente disarmante che toglie dalle nostre mani gli strumenti di offesa, e le lascia libere per sanare e costruire un mondo in sintonia. Provate a pensarci: non è questa la gioia di Pasqua?
- Il mandato della missione
Il terzo momento non supera i primi due, ma irradia intorno a sé la forza generativa della presenza del Risorto e la gioia del nostro riconoscimento di lui come il servo le cui piaghe restano impresse nel Signore. Oggi voi verrete mandati in mezzo al popolo di Dio, ma il vostro essere inviati non potrà mai diventare una posizione di rendita, una sistemazione sicura, la ricerca del posto più bello. Oppure, non potrà mai essere una missione che ha la sua idea di prete da portare, la sua pratica di liturgia da far valere, la sua forma di pastorale da proporre. Nel breve volgere di pochi mesi chi esce dal Seminario con questa postura troverà che la realtà gli resiste sotto le mani, e allora la grande tentazione sarà di dire che il mondo, i ragazzi, i giovani non mi capiscono, e la soluzione sarà di ritirarsi nel proprio orticello dorato, protetto e confortevole.
Proviamo ad ascoltare la seconda parola che Gesù risorto proclama:
Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
È il mandato missionario, che si trova con espressioni diverse alla fine di tutti i vangeli. La formula del vangelo di Giovanni è, nella sua essenzialità, la più bella: non dice di annunciare il Vangelo ad ogni creatura (Mc 16,15), non parla di far discepole tutte le genti (Mt 28,190), non sprona a diventare testimoni fini ai confini della terra in una corsa inarrestabile (At 1,8). Il mandato secondo il vangelo di Giovanni è tutto concentrato su Gesù (così io mando voi), perché Lui è tutto decentrato sul Padre (come il Padre ha mandato me). Il modello missionario di Giovanni non ha la preoccupazione di raggiungere tutti, ma quello di portarne almeno molti a Lui, perché Egli poi li conduce al Padre.
È stato fatto notare che in Giovanni, a differenza di Marco, Matteo e Luca, che coinvolgono i discepoli già all’inizio o al centro del ministero di Gesù, il mandato della missione è esemplato sull’invio del Figlio nel mondo, sulla sua incarnazione e glorificazione. Perché nessuno pensi di essere il prolungamento di Gesù. Non amo la formula che proclama la Chiesa come continuazione dell’incarnazione di Gesù, come se Cristo non avesse mani, piedi, braccia per raggiungerci. Questo Cristo senza mani, piedi e braccia rinchiuso nel passato non è il Gesù dello Spirito, perché non ha lo Spirito di Gesù. Per questo il versetto seguente parla dell’effusione dello Spirito.
Ma prima di arrivare a individuare il motore della missione che è lo Spirito Santo, bisogna sostare un momento sulla dinamica della missione. Nessuno vi nasconde che il momento attuale sia un tempo periglioso per l’annuncio del vangelo: le formule tradizionali sembrano sbiadirsi e diventare inefficaci. Abbiamo sotto gli occhi i due possibili esiti: chi cerca di drogare il messaggio e le sue forme pratiche inventando cose stravaganti, attrattive, dirompenti, col pericolo di essere travolti dal bisogno di essere accettati dal mondo, ma alla fine il mondo li omologa e diventano come marionette con l’ansia di un like in più; chi invece si rifugia in modi consolidati, confondendo i segni con la cosa significata, pavoneggiandosi in corredi desueti e un gesti improbabili, con l’illusione di essere interessanti solo perché straniti e stranianti, alla fine non sarà solo sfasato sul tempo, ma fuori dal mondo.
Provate ad osservare la bellezza della prima lettura che avete scelto: riporta la seconda predica di Pietro, nel discorso al c. 10 di Atti davanti ai greci, da confrontare con quello di Atti 2 tenuto ai giudei. L’apostolo adatta il messaggio ai suoi uditori con grande naturalezza trovando il linguaggio mirato su di loro: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. […] Ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome» (At 10,34-36.43)
- Il soffio dello Spirito
Il quarto momento rivela qual è il motore della missione: lo Spirito Santo. È lo Spirito insufflato sui discepoli, come lo spirito di Dio alitato su Adamo nella prima creazione (Gn 2,7).
22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo,
Voi ricevete il dono dello Spirito che vi fa servi del suo popolo e così diventate ministri della risurrezione. Non dimenticate mai di essere stati ordinati nel tempo di Pasqua. La risurrezione è la creazione nuova, che genera la libertà dei figli di Dio. È uno Spirito che crea e riconcilia. Sono i due aspetti più belli del vostro servizio sacerdotale.
Il primo aspetto è quello educativo, che deve essere vissuto come una nuova creazione. I nostri Oratori, i gruppi giovanili sono percepiti più come luoghi di socializzazione, che come spazi di crescita verso la figura adulta della vita e della fede. Più volte l’ho già richiamato: i nostri ambienti cercano di fare gruppo, ma faticano a fare squadra. Il gruppo cerca di star bene insieme, la squadra deve vincere il campionato. Non basta animare durante i Grest, ma bisogna far crescere nell’umanità e nella spiritualità, nella Parola e nella liturgia, nella preghiera e nella carità, nel volontariato e nella missione. Non mi soffermo a lungo su questo. Tutte le nostre Veglie delle Palme – lo ricordate? – alla fine hanno avuto un solo tema: esercitare la ginnastica del desiderio, per passare dall’essere giovani e ragazze del bisogno e diventare uomini e donne della relazione, anzi dell’incontro incandescente con il Signore della vita.
- Il dono della riconciliazione
Infine, il quinto momento del vangelo odierno ci rimanda al secondo aspetto dell’azione dello Spirito. Il ministero della risurrezione ci chiama a essere preti della riconciliazione. Dice, infatti, il Signore risorto:
23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Per l’evangelista l’opera dello Spirito non è solo creativa o, meglio, è una nuova creazione, perché redime e riconcilia tutti i peccati, le ferite, i travagli e le deformazioni dell’umano. Nella sua prima lettera Giovanni ci ha ricordato: «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). Per Gesù la guarigione e il perdono non stanno alla pari della penitenza e dell’esclusione. Il giudizio e la condanna non hanno mai l’ultima parola, ma solo la penultima, talvolta necessaria per mettere in guardia dal rischio di una vita senza senso e senza Cristo; ma l’ultima parola è sempre quella del perdono e della riconciliazione. Il potere lasciato agli apostoli non è simmetrico, ma è uno solo: riconciliare il mondo in Cristo. Questa sarà anche la croce del vostro ministero: stare vicino alle persone, soprattutto agli adolescenti e ai giovani feriti, per ricostruire il loro tessuto personale, familiare, professionale, spesso incerto e disorientato. La Chiesa che nasce dalla Pasqua è una Chiesa della riconciliazione. Per noi, però, e per voi da oggi in avanti, questa chiesa e questa società avranno il volto dei ragazzi che vi saranno affidati.
Amateli con il loro volto e la loro storia. Ricordate che la prima legge dei grandi educatori è stata la presenza. State in mezzo a loro per farli camminare verso il loro futuro, affascinateli con le vostre parole e le vostre proposte, perché alla fine sappiano scegliere il Signore e la loro vocazione. Comprendete i loro errori, ma non giustificate le loro pigrizie, sosteneteli nella fatica, incoraggiateli nella salita, godete con loro dei piccoli traguardi, perché il Signore vi doni di gioire quando avranno raggiunto la loro meta. Non scoraggiatevi mai. Vi rivelo un segreto che mi ha guidato fino ad oggi: quando un momento mi sembrava difficile, oscuro, senza uscita, i miei maestri mi hanno insegnato di non avere paura, perché prima o poi torna il sole. Spesso ritorna il terzo giorno, perché è il giorno della risurrezione!
+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara, 18 aprile 2026