Micce da accendere

«Dal soggetto involuto alla persona liberata»

Questo il sottotitolo della riflessione presentata dal rettore ai diaconi e alle loro mogli in occasione del ritiro di Quaresima:

Cari amici, il motivo che ci raduna, il motivo per cui siamo qui, ciò che ci tiene insieme è il rapporto personale che abbiamo con Nostro Signore Gesù Cristo e il ritiro che oggi viviamo è un’occasione per ravvivare questo rapporto. Vi offro una meditazione che è frutto di alcune intuizioni che lo Spirito Santo mi ha suscitato in diverse occasioni capitate in questi mesi. Intitolo la mia riflessione «Micce da accendere» escludendo subito ogni riferimento bellico e, invece, alludendo al gesto che tutti compiamo nella veglia madre di tutte le veglie e di cui i diaconi sono liturgicamente protagonisti quando introducono nella santa assemblea il grande cero della Pasqua. Se desiderate trovare uno sfondo nobile alle mie riflessioni, potete leggere o rileggere quel tesoro nascosto che si intitola «Addio a Dio?» di Pierangelo Sequeri. Vi assicuro che la fatica della lettura viene ampiamente ricompensata.

Propongo anche un sottotitolo della mia riflessione: «dal soggetto involuto alla persona liberata» perché l’intuizione che mi guida è che il soggetto cristiano viva oggi una fase di involuzione che necessita di quella liberazione che è il cammino della Quaresima in vista della Pasqua. Dico «soggetto involuto» cercando di declinare quanto il professor Sequeri analizza, con finezza molto maggiore della mia, quando dice che il cristianesimo di oggi ha conservato la forma ma ha perso la forza.  Se ci pensate bene tutti i grandi dialoghi giovannei che segnano la quaresima ambrosiana sono dialoghi di liberazione del soggetto. Nostro Signore incontra svariate situazioni umane e si pone come liberatore, cioè, attivatore della libertà della persona che si trova davanti. Volesse il cielo che anche noi fossimo attivati e rinnovati in questa quaresima! Come la donna che andava al pozzo, come l’uomo che non vedeva, come le sorelle che piangevano la morte del fratello ecc. Attenzione: non è un passaggio scontato. Potrebbe accadere che ci ritroviamo induriti nella nostra involuzione, sempre più presi dall’idolo del potere e del controllo. Implicitamente o esplicitamente traditori del maestro, arrovellati nelle nostre convinzioni, giustificatori dell’ingiustizia e complici delle malefatte dell’indifferenza.

Dunque intendiamo la quaresima, e anche questo nostro momento, come itinerario di liberazione. Alla coscienza dell’uomo occidentale contemporaneo emerge subito l’obiezione: ma liberati da cosa? Noi siamo già uomini liberi. È la stessa obiezione che il Signore si è sentito rivolgere nel brano del vangelo di domenica scorsa: noi non siamo schiavi di nessuno, siamo figli di Abramo, noi siamo già giustificati. È una forma molto comune di auto percezione spirituale: io sono già tra i partecipanti, tra gli attivi, anzi sono uno dei pochi che è sempre rimasto qui mentre gli altri non si vedono più, e in aggiunta io sono pure un consacrato, un ministro della Chiesa. Il riflesso di questa formula subdola di involuzione è che gli altri sono tutti colpevoli tranne me: i miei coscritti che non vanno più in chiesa, gli ex oratoriani, i preti che non capiscono, il parroco che non mi valorizza, il vescovo che dovrebbe fare questo o quello. Riguardo questa prima forma di involuzione invochiamo il dono di un po’ di ironia. Spesso diciamo di essere dei discepoli del Signore ma facciamo attenzione a non prenderci troppo sul serio. Rimaniamo fedeli al dato dei vangeli: i discepoli, compresi gli apostoli, capiscono poco, spesso fraintendono, tutti più o meno tradiscono. Quando diciamo di essere discepoli siamo seri, rimaniamo umili, non dimentichiamo quella parte di non credente che c’è dentro di noi. Se ci consideriamo già dentro, già tra i bravi, già arrivati, in fondo ci auto giustifichiamo e non lasciamo al Signore la possibilità di liberarci.

L’auto giustificazione è una forma molto diffusa di involuzione spirituale ma vorrei delinearne altre due che chiamo involuzione teorica e involuzione pratica.

L’involuzione teorica è quella di chi si arrovella esageratamente nei ragionamenti, di chi si esaspera nelle analisi e non giunge mai a una determinazione, di chi ha sempre un’altra lettura da introdurre, di chi deve sempre studiare le questioni, di chi preferisce continuare a discutere e ad analizzare invece che affrontare la realtà, di chi deve sempre dire che la sua idea si distacca dagli altri ecc. Il dialogo della domenica di Abramo è una discussione impiccata di persone che non vogliono smuoversi dalle loro idee; il dialogo che segue la guarigione del cieco nato è una continua serie di obiezioni di chi non vuole riconoscere l’evidenza del miracolo; persino il diavolo della prima domenica di quaresima fa delle «avances» ideologico politiche a Gesù cercando di convincerlo di una lettura del mondo diversa. Quante persone trovano sempre mille motivi per non farsi incontrare dal Signore, per non farsi smuovere dalla propria «comfort zone». Ci dilettiamo in discussioni che vorrebbero esser filosofiche, spesso complicate, raramente raffinate, dimenticandoci che Nostro Signore non ci ha detto di laurearci in sociologia o in filosofia (ve lo dice uno che lo ha appena fatto). In questa seconda figura di involuzione non è tanto che ci si senta giustificati ma che spesso il soggetto cristiano si avvolge su sé stesso in un eccesso di pensiero che blocca l’azione e lentamente intristisce la vita. Di certo i problemi del mondo sono molti e complicati e meritano anche studio ma attenzione a non involverci e a non esagerare con la malafede. Guardiamo ai santi recenti, quanta gente trova mille motivi per non commuoversi di fronte agli straordinari doni di questo tempo!

L’altra involuzione che vorrei stigmatizzare è quella pratica, ben rappresentata dai discepoli che mentre il Maestro dialoga con la samaritana sono andati a far la spesa e anche da Giuda che mentre la Maddalena unge i piedi del Signore si preoccupa dei soldi. Viviamo in una stagione in cui numerosi cristiani non si ritengono già a posto e non fanno nemmeno riflessioni complicate ma involvono a causa dei motivi pratici. «Non ho tempo, non ho tempo, c’è da fare, c’è da fare» si sente spesso dire. Alcune persone vivono in un continuum di impegni che si affastellano e che non lasciano spazio allo spirito. «Ho troppi incontri, ho troppe parrocchie, ho troppo da fare, non ho tempo per fermarmi, ecc.». Attenzione a non involvere anche in questo caso. La vita spirituale si mostra anche nella disponibilità all’incontro. Nella capacità di lasciare gli impegni per incontrare il povero e il bisognoso, per ascoltare i ragazzi. Spesso l’involuzione è giustificata dalle troppe cose da fare. Dietro questi fenomeni sta una sbagliata concezione del tempo su cui ora non mi soffermo ma che rappresenta una evidente involuzione spirituale.

Potremmo chiederci: c’è qualche involuzione nella mia vita?

Ora, la grande gioia della nostra vita è di avere incontrato Nostro Signore. Contemplare il Maestro dona una gioia e una pace che non hanno pari in questo mondo. Percorrete con la mente in maniera rapida i brani del discorso della montagna che stiamo leggendo nei giorni feriali, dalle beatitudini in avanti: che gioia! Che luce! Che pace! Che voglia di vivere e di amare! Cosa sarebbe la nostra vita senza quegli insegnamenti? Saremmo tutti dei bruti…

Contempliamo l’uomo libero per eccellenza che con la sua libertà ci libera. Nostro Signore non ha paura di entrare nell’ambiguità della vita della samaritana, non ha paura delle polemiche dei suoi discepoli, non ha paura di stare in piedi di fronte al dolore e nemmeno del diavolo in persona che lo tenta. Il diavolo se ne va scornato e deve mettere da parte tutte le sue seduzioni, tutta la sua cultura, tutto il suo potere. La donna invece se ne va liberata perché ha trovato uno che la conosce e la ama, che si permette di guardarla fino in fondo e di aiutarla a trovare Dio. Il cieco viene riplasmato e rimesso in vita, non solo perché vede, vedendo avrebbe visto anche cose brutte, ma soprattutto perché ritrova la benedizione di Dio sulla sua vita. Le sorelle erano accecate dal dolore per la perdita del fratello ma non solo ora lo vedono vivo ma scoprono molto di più, scoprono che la morte non ha l’ultima parola sulla vita. Non è un caso se le ritroveremo al sepolcro!

Nella sua forma popolare «fare quaresima» significa fare penitenza, qualcosa di triste. In realtà questo è il cammino della nostra liberazione. Solo uomini e donne liberati nel profondo possono davvero mettersi a servizio dell’umanità senza troppe preoccupazioni. Se solo lasciassimo alla quaresima la sua forza di trasformazione e di rinnovamento! La Chiesa si rinnoverebbe in un attimo, alla faccia dei numeri, dei soldi e delle strategie!

Lasciamo che la miccia che abbiamo nel cuore si infiammi della luce che viene dalla Pasqua. Come succede in molte chiese: nel buio compare una fiammella che poi passa di persona in persona e fa risplendere tutto!

don Filippo Dotti

 

Meditazione per il ritiro di quaresima dei diaconi

15 marzo 2026 – Centro pastorale di Seveso