Intervista a don Claudio Burgio

Ho il grande onore di presentare don Claudio Burgio, milanese di origine, sacerdote dal 1996, fondatore di Kayros. Ci introduciamo al dialogo in forma di domanda e risposta con una introduzione:

noi abbiamo fatto gli incontri di zona dei diaconi sul tema “Che servizio stiamo facendo a questa umanità?”. Questo è il tema che proponiamo oggi a don Claudio, che si occupa di educazione, anche se in un contesto molto particolare. Vorrei partire subito da una domanda che mi sta a cuore: perché gli adolescenti ci interessano così tanto? 

Sicuramente perché hanno quel tratto un po’ disinibito di chi in qualche modo vuole capire la vita, la realtà, non sempre partendo da schemi prefissati. Quando si diventa adulti, bene o male, siamo ormai definiti. Invece gli adolescenti ci invitano a smarcarci dalle definizioni, dagli schemi e, con le loro turbolenze e le loro inquietudini, in qualche modo ci provocano.  La parola provocazione sta in questa accezione positiva, per me, nel chiamarci a guardare oltre, a guardare alla vita in avanti. Quindi tutto sommato, forse per questo, per me sono stati uno stimolo continuo a interrogarmi e pormi domande anche fino ad oggi.  Quindi non ho mai pensato di essere arrivato, nemmeno dopo 30 anni di prete e a 56 anni di vita, ma con i ragazzi sono sempre rimasto aperto all’inedito e quindi questo ti destruttura ma allo stesso tempo ti apre al nuovo, ti apre ad un vangelo che è sempre nuovo.

Tu a un certo punto hai scelto di curarti di quelli che normalmente vengono definiti “ragazzi difficili”. Nei tuoi libri ne nomini tanti però ce n’è uno senza nome… o meglio, e chiedo scusa per la parola, chiami “cazzi miei”…

Sì. Risale al tempo del mio primo ingresso al carcere Beccaria. Non ero mai stato in un carcere minorile e tanto meno in un qualsiasi carcere per cui già mi aveva fatto effetto essere lì. Il primo ragazzo che incontro, mi presento e gli dico ciao, io sono don Claudio, sono un prete, sono il nuovo cappellano, tu come ti chiami? E la sua risposta fu “cazzi miei”. Questa cosa mi lasciò un po’ interdetto; dopo pochi giorni questo stesso ragazzo mi chiese scusa ma poi aggiunse che a lui non interessava se io fossi un prete o il nuovo cappellano. Per dirmi il suo nome e la sua storia voleva solo essere sicuro che io fossi davvero interessato a lui. Questa piccola vicenda mi ha insegnato da subito tantissimo. Gli adolescenti che incontro io ti destrutturano, ti scandalizzano per certi aspetti, però anche ti dicono una grande verità: tu non sei il tuo ruolo, quantomeno non sei solo il tuo ruolo. Noi tendiamo sempre a definire le persone a partire dal ruolo che esercitiamo e così tendenzialmente guardiamo anche ai ragazzi. Penso che quella prima provocazione mi abbia subito fatto percepire l’importanza di mettermi in gioco con tutti i miei limiti e le mie risorse.  Non ero abituato a stare in carcere e ho imparato. Non è che fossi formato o preparato per fare il cappellano di un carcere minorile e tanto meno per accogliere dei ragazzi in comunità. Poi ho studiato ovviamente, Scienza dell’educazione, ma è vero che la cosa più importante è volersi mettere in gioco, prendere la decisione di non contare solo sulle tue certezze consolidate e la tua personalità ormai definita.

Il tuo libro più famoso è “Non esistono ragazzi cattivi” che è anche uno slogan. Dopo 30 anni di prete, ne sei ancora convinto?

Sì, assolutamente. La cattiveria certamente è la conseguenza di tante cause. Come sempre, la causa principale la si attribuisce ai genitori. Però in realtà ci sono tante cause, sicuramente a volte i ragazzi che sono al Beccaria hanno alle spalle vicende familiari difficili.  Però poi ci sono anche tante altre cause: l’ambiente, il quartiere, la scuola, ci sono tanti motivi per cui un ragazzo arriva poi a delinquere o comunque ad avere un momento di profondo disagio adolescenziale, per cui la cattiveria è il prodotto di queste cose. Originariamente però si nasce buoni. Bisogna allora fare un lavoro educativo per andare a ritrovare quella bontà originaria che appartiene ad ognuno di noi, quindi anche ai ragazzi più disagiati. Nessuno nasce cattivo, le tesi deterministiche della violenza insita perché si appartiene ad una certa etnia piuttosto che ad una certa cultura, per me lasciano il tempo che trovano.

La comunità che hai fondato si chiama “Kayros”, però a un certo punto scrivi che l’avete scritto in modo errato… 

Sì, c’è un errore di scrittura nella parola (la y in luogo dello iota). È stata scritta così da un ragazzo nel primissimo anno e abbiamo deciso di tenere l’errore perché noi ci occupiamo di sbagli e quindi che ci sia un errore nel nome della nostra comunità ci è sembrato una cosa coerente perché vuol dire che per quanto scritto male, la comunità è un’esperienza di bene. Poi se sulla y metti un puntino, viene fuori l’immagine stilizzata di un bambino o di un crocifisso. Ecco allora che nel nostro logo vi è l’idea di accogliere i ragazzi perché vivano quel tempo come un tempo di qualità, nel quale decidere della loro libertà. In comunità i cancelli sono sempre aperti, giorno e notte: nessuno è obbligato a restare in comunità, è una scelta libera. Paradossalmente in comunità oggi abbiamo due ragazzi evasi dal cercare qualche anno fa… Questo significa che c’è un modo di fare giustizia che non è semplicemente quella di controllare, restringere, reprimere ma liberando.

Chi opera nella tua comunità, non so in che ruoli, è in maggioranza donna o mi sbaglio? 

Sì, le educatrici sono più degli educatori. L’accudimento materno e uno stile femminile è un po’ nella natura delle cose e aiuta molto i ragazzi a crescere. Venticinque anni fa, quando è nata Kayros, in oratorio arrivavano tanti minori stranieri non accompagnati, come anche oggi. Chiedevano da mangiare, da bere, da dormire. Inizialmente li inviavo a Caritas o in qualche comunità, poi con i giovani e alcune famiglie abbiamo deciso di mettere a disposizione un appartamento. Lì è iniziato tutto. Un’educatrice ha lasciato il lavoro e ha fatto una scelta di vita radicale. Guardando adesso a 25 anni fa, capisco quanta follia c’era in quelle scelte. Quando si è giovani le follie si fanno. Devo però confidare che mentre alcuni dei miei superiori mi chiedevano, giustamente: “ma cosa stai facendo? A cosa stai dando vita? Vuoi fare l’assistente sociale?”, il cardinale Martini mi ha molto incoraggiato su questa strada. È la follia della carità, come la chiamava Martini. Mi ha aiutato anche vivere il mio ministero nell’oratorio, dove mi sentivo destinato e a mio agio. La prima, embrionale forma di accoglienza è stata di tutta una comunità, soprattutto del mio primo parroco, don Elia Mandelli, all’epoca già molto anziano. Don Elia, che aveva già vissuto un’esperienza di accoglienza nei confronti di un gruppo numeroso di stranieri che avevano occupato il salone parrocchiale, ha incoraggiato questa scelta iniziale.

Mi ha molto colpito il vostro incontro con Marta Cartabia (ex Ministro della Giustizia e autrice di una riforma della giustizia). Secondo te che cosa di Kayros può interessare l’istituzione civile? 

Con Marta Cartabia siamo stati noi inizialmente a chiedere un incontro: eravamo a Roma con un gruppo di ragazzi della comunità e quindi ci è sembrato bello (per noi adulti, forse meno per i ragazzi…) andare al Ministero della Giustizia. Ci ha accolto nel suo ultimo giorno di mandato ed è stato un momento molto bello, i ragazzi erano un po’ perplessi per gli agenti di polizia penitenziaria all’ingresso, il metal detector, insomma di nuovo quelle situazioni a loro note… Quindi erano un po’ trepidanti, però poi l’incontro si è svolto in maniera molto familiare, un bel clima. Tanto che, da lì a poco, ci siamo trovati in vacanza in montagna e lei e suo marito sono venuti a cucinare… Questo per dirvi come si sia sempre trattato non di visite ufficiali ma di sostanza, di servizio vero. Quindi da lì è nata una bella amicizia con Marta, con Giovanni, suo marito, che fra l’altro oggi fa il volontario anche da noi a Kayros. Mentre, invece, l’incontro con Achille Lauro è nato per il legame con la musica perché in Kayros l’aspetto musicale è uno strumento educativo che riteniamo importante e quindi anche Lauro è venuto a farci visita. Solo che Achille Lauro, come dicono i ragazzi, si è preso bene ed è venuto più volte. Credo che la conoscenza della comunità abbia favorito la sua scelta di dar vita a una fondazione per aiutare i ragazzi.

Nei tuoi libri citi personaggi importanti come don Milani, il cardinale Martini, Silvano Fausti, don Pino Puglisi, Enzo Bianchi, Madre Teresa, don Gino Rigoldi, don Colmegna, don Luigi Serenthà, il vescovo Delpini e tanti altri. In questa costellazione che ha reso e rende bella la Chiesa, possiamo aggiungere anche il tuo nome? 

I miei professori di un tempo mi hanno insegnato che la più alta forma di conoscenza è la riconoscenza.  Ognuno ha i propri padri e le proprie madri della fede, figure spirituali di riferimento. Questi che hai citato e altri ancora mi hanno particolarmente affascinato. Sono abituato, come Silvano Fausti, a leggere il nostro tempo come un kairos, il tempo giusto, il momento propizio. Il libro di Fausti, “Elogio del nostro tempo” è un testo bellissimo e credo che sia ancora da leggere e rileggere. Il nostro tempo, abbandonando ogni forma di lamentela, è il tempo giusto in cui vivere e agire. La Chiesa è sempre guidata dal Signore e io mi fido di lui. Per questo evito di lamentarmi o di criticare. La critica può naturalmente essere costruttiva: ho vissuto per esempio a contatto con don Gino Rigoldi, sacerdote che, come don Gallo e altri preti, ha vissuto il periodo della “contestazione”, periodo post-conciliare piuttosto acceso. Ho imparato molto da don Gino imparando a contestualizzare le sue posizioni apparentemente estreme ma sempre dentro la Chiesa. Io non appartengo a quel suo tempo storico e non mi sento un prete di strada ma ringrazio don Gino per gli orizzonti ecclesiali che mi ha aperto”

È davvero una storia molto bella di Chiesa quella che racconti. Attualmente non sembra però che i giovani vedano molto bene la Chiesa… 

Quando sono arrivato al Beccaria, ho scoperto che le confessioni non erano come in parrocchia in momenti ciclici (Natale, Pasqua), ma arrivavano all’improvviso, senza scadenze prefissate…

Una confessione al Beccaria diventa un momento importante perché questi ragazzi ti consegnano lacrime vere, pentimenti autentici. Mi sono allora convinto di una cosa: c’è una fede profonda nei ragazzi. Le domande sulla vita, sul senso del male, sulla sofferenza ci sono. Anche i ragazzi più disastrati si pongono queste domande, forse perché hanno esperienze di espulsione, di rapporti non facili con il mondo. Hanno però una profondità per me inimmaginabile.  Non ho bisogno di fare catechismo, perché le domande su Dio, le domande su questioni di fede nascono da loro. Le bestemmie che ascolto in carcere nascono dalla rabbia. La bestemmia come intercalare, che a volte si sente fuori, in carcere non c’è.  I ragazzi non bestemmiano e quando lo fanno è perché ce l’hanno con Dio. Sono arrabbiati con lui.  Dio ce l’ha con me, dicono. Se mi capitano tutte queste cose nella mia vita, vuol dire che Dio ce l’ha con me.  Oppure, dicono, Dio mi vuole punire. Ho sbagliato, quindi Dio mi punisce. Solo un ragazzo mi ha detto una cosa opposta.  In un colloquio mi ha detto: sai don, se io ho avuto una vita di povertà, una vita di strada, tanti problemi, è perché Dio mi sta chiedendo qualcosa di bello. Capisci, per questo ragazzo Dio si aspetta qualcosa di importante da lui. Noi non siamo abituati a questo tipo di letture, ci vengono più facili le altre.

Com’è messa Milano? Perché tu racconti storie che sembrano provenire tutte da quartieri che hanno cattiva fama… 

Non sempre è così, qualcuno viene da quartieri non malfamati. Alcuni di questi ragazzi, per esempio, provenivano da San Siro.  È vero piuttosto che gli interventi che vengono attuati nei quartieri reggono finché ci sono i finanziamenti, poi chiudono. Allora con il sindaco abbiamo deciso di iniziare un piccolo progetto sportivo e siamo partiti con delle squadre di calcio, che è la cosa più semplice da fare. Però i primi due anni è stata durissima: i ragazzi facevano un disastro negli oratori dove giocavano in trasferta. Grazie a uno dei miei ex ragazzi della comunità, quest’anno questo gruppo di ragazzi è riuscito a vincere il campionato organizzato. È paradossale che ci sia riuscito un ragazzo ex Beccaria ad aiutarli e non ci sia invece riuscito qualcun altro a mettersi in gioco davvero.  La Chiesa, se vuole avere un futuro, deve compromettersi, deve immergersi.  Questi ragazzi cercano adulti autentici, solidi. Occorre partire nel dare sempre fiducia, anche quando sappiamo che le cose magari possono peggiorare, è lì la questione della fede. Se tu hai fede in Dio sai che più che del tuo sguardo, può Lui. Allora a un certo punto, come per Lazzaro, il ragazzo lo sciogli e lo lasci andare, non puoi sempre trattenere, controllare un figlio, un ragazzo, una ragazza, gli educatori. La tendenza a controllare, ce l’abbiamo tutti, anch’io nei miei primi anni del ministero. Anche io ero tra quelli che il sabato notte uscivano a cercare i ragazzi. Dopo un paio di anni, ho fatto una scelta: un sabato mi sono detto oggi vado a letto. Non è indifferenza o menefreghismo, è che non cambia nulla. Un ragazzo impara anche dai propri errori. Non sei tu che hai il monopolio e la proprietà di questi ragazzi, di questi figli.  Quando un figlio decide, tu non ti puoi opporre. Oggi non è più l’autorità dispotica che trattiene, che imprigiona. Noi spesso riteniamo che se uno non va mai a scuola o se uno abbandona la scuola è fallito.  Il problema è che siamo falliti noi perché abbiamo visto venire meno le nostre aspettative.

Hai scritto che il carcere può addirittura presentare una tappa necessaria o addirittura benefica nel processo di crescita… 

Sì, dieci anni fa il Beccaria era effettivamente un istituto rieducativo, serviva per fermarti, allontanarti, caricarti positivamente. Oggi non lo consiglierei a nessun ragazzo perché è diventata un’esperienza traumatica, che segna in negativo la vita di tanti ragazzi. Tempo fa mi è successo, camminando nelle sezioni del Beccaria, di sentire che le scarpe si appiccicavano al suolo. Pensavo si fosse rovesciata della Coca Cola e invece era sangue… Sono da vent’anni al Beccaria e questa cosa mi ha scosso.  Allora è chiaro che in un contesto così violento non c’è rieducazione.

 Mi ha colpito che nei tuoi scritti tu fai un sacco di riferimenti anche a filosofi e autori importantissimi, Heidegger, Bonhoeffer, Husserl, Freud, Socrate, Pascal, Baumann, Byung Chul Han, e altri ancora. Questo serve a te o può aiutare anche i ragazzi che affrontano certe letture? 

La mia fede è in dialogo con la cultura. Nella vita della Chiesa è da sempre così. Occorre stare dentro un ambito più esteso, laico. Il dialogo deve rimanere aperto, per cui anch’io mi sono confrontato con tanti pensieri, con tante idee anche di tipo pedagogico, piuttosto che psicologico, filosofo, poetico. Siamo immersi dentro una cultura che parla dell’uomo e quindi all’uomo. Il Vangelo parla a tutti e quindi sì, posso passare anche da Heidegger perché penso che in fondo noi dobbiamo imparare a stare con la realtà tutta intera e anche la Bibbia è così, ci sono tante pagine violente.

Heidegger mi ha insegnato che c’è una cura inautentica è una cura autentica: è inautentica quando ti do tutto, ti impedisco di soffrire, ti anticipo ogni frustrazione, ti proteggo. Autentica è invece la provocazione alla libertà.

Tu sei stato per anni anche direttore del Coro del Duomo e maestro di cappella. Come ti relazioni con la musica moderna, con i rapper?

Anche il rap, i testi di alcuni rapper, fa riflettere.

Com’è cambiata la tua vita in questi incontri con i ragazzi del Beccaria? 

La vita mi ha portato a vivere questa esperienza, per molti anni mi sono chiesto se fosse la strada giusta, quando vivi il tuo ministero in parrocchia puoi rimanere disorientato dal cambiamento. Quando cominci a occuparti di cose non previste e soprattutto non con un mandato istituzionale, è chiaro che ti domandi: ma sto facendo bene? Ne parlai a Martini che mi disse, vai là e stai sereno. Alla fine del colloquio mi ha regalato due libri e mi ha scritto due dediche autografe che sono incredibili. In una scrisse: a don Claudio, che vede il mondo con gli occhi di Dio. Ero giovane e mi chiesi: come può scrivere una cosa del genere? Poi ho capito: Martini non esprimeva fiducia verso la mia vocazione nella vocazione ma si fidava di Dio. E nella fiducia in Dio si è fidato anche di me. Questo mi ha aiutato: se qualcuno si è fidato di me anch’io posso fidarmi dei ragazzi. Sono un prete felice, ho accettato i miei limiti e sono sempre più credente.

Concludendo: hai qualche consiglio da dare rispetto alla domanda iniziale: che servizio stiamo facendo a questa umanità? 

Si può far del bene ai ragazzi anche quando si è avanti negli anni. I ragazzi non guardano l’età anagrafica, soprattutto quelli più sofferenti, guardano se hai qualcosa da consegnare loro qualcosa che sia vero, autentico. Una volta, in carcere, un ragazzo mi ha detto: i vostri valori adulti per me sono scatole vuote, perché voi i valori li proclamate ma non li vivete.

Concludo con una battuta: ma se tu oggi avessi sedici anni dove ti troveremmo? In oratorio, su TikTok o nei guai?

In oratorio, sicuramente. È molto bello saper usare anche i social e può essere utile per certi aspetti. Però è chiaro che il rapporto più bello è quello frontale, che si spende faccia a faccia. Nonostante tutto l’oratorio e la parrocchia rimangono un punto centrale ma c’è disabitudine ad essere comunità.  Anche i nostri oratori hanno sì dei ragazzi, delle ragazze, ma fanno poca comunità in senso vero. Giocano insieme, fanno gli animatori, fanno tante belle esperienze, ma quando c’è una sofferenza, magari di uno di loro, non c’è quella profondità, non c’è quella comunione vera, di cuore, e questo un po’ sorprende. Ecco, secondo me noi dobbiamo educare i nostri ragazzi dell’oratorio a vivere l’oratorio come davvero è, come un luogo di comunione. Mi pare che i nostri oratori stiano diventando delle bolle protettive dove magari i genitori pensano che i figli siano al sicuro. L’oratorio deve essere un luogo di vita evangelico e il Vangelo non è mai un percorso di strada sicura. Ciò che ho compreso è che nella fede si cresce se non stai sempre con chi ti assomiglia.

Seveso, 15 marzo 2026