Amico di Dio, amico dell’uomo

E’ stato un incontro interessante ed intenso quello vissuto dai diaconi lombardi riunitisi presso il Centro di Spiritualità di Caravaggio, luogo designato per gli incontri regionali, per ascoltare le testimonianze relative ad alcuni degli incarichi pastorali da loro vissuti nella propria diocesi.

Le esperienze proposte riguardavano gli ambiti della Caritas, della pastorale della salute e della pastorale carceraria.

Pastorale della salute

Mi chiamo Gianni Artioli, sono diacono permanente, incardinato nella diocesi di Mantova. Sono sposato con Simona da 51 anni. Abbiamo sei figli, due dei quali sono tra le braccia del Padre. Siamo nonni di quattro meravigliosi nipoti. Dopo due anni di formazione con i Padri Camilliani di Verona, Il mio impegno nella Pastorale della Salute è iniziato l’anno della mia Ordinazione avvenuta il 19 settembre 2009, entrando a far parte della Cappellania del secondo ospedale di Mantova, situato a Borgo Mantovano, perché il Vescovo di allora mons. Roberto Busti, voleva che i suoi diaconi, oltre a prestare servizio nelle parrocchie di residenza, avessero un incarico diocesano.

In questo ospedale dal 2018 sono diventato Cappellano e coordinatore della Cappellania. Sono inserito nella Pastorale della Salute diocesana e nel Tavolo della Famiglia e Fasi della Vita. Faccio parte del Tavolo di lavoro della Cei dei diaconi permanenti impegnati nella Pastorale della Salute, in rappresentanza regionale. La condizione di particolare disponibilità da parte mia e di mia moglie Simona, ci ha permesso di porci al servizio della Diocesi a tempo pieno. Dal 2012 viviamo nella canonica di una piccola Parrocchia ed ho coniugato il servizio in ospedale, con il servizio sul territorio delle attuali 5 parrocchie, unite in una più ampia Unità Pastorale, occupandomi del coordinamento della Catechesi dei bambini nella Iniziazione Cristiana, dal Battesimo alla Cresima. Collaboro con l’Associazione san Benedetto Onlus, emanazione importante della Caritas diocesana. Coordino i ministri straordinari della Comunione. Inoltre ho altri incarichi. Chiaramente seguendo le famiglie nelle loro varie situazioni, la realtà della Salute entra prepotentemente. Per questo motivo, dopo i primi anni in cui le persone non sapevano cosa volesse dire essere diacono, hanno cominciato ad accogliermi come amico. Avendo famiglia e come mandato dalla Chiesa ero credibile nelle relazioni, capace di comprendere le situazioni che mi esponevano. Nell’ospedale in cui presto servizio, pur essendo relativamente piccolo, 140 posti letto, ci sono quasi tutti i reparti ed ambulatori. In concomitanza con la visita ai malati, con molta delicatezza e discrezione, la parola giusta è in punta di piedi, ho iniziato a farmi conoscere dal personale infermieristico, medico ed amministrativo, al punto che ho creato un clima di stima, rispetto e successivamente di amicizia. Al punto che l’ospedale è diventata una seconda casa in cui trascorro molto tempo. Posso dire che dei 500 circa dipendenti dell’ospedale sono conosciuto praticamente da tutti e per tutti sono diventato un riferimento, non solamente per chiedere una preghiera, o benedizione ai malati che mi vengono segnalati, ma nel mettermi in ascolto dei medici e degli operatori sanitari in genere, delle loro problematiche sia lavorative, che personali. Ho scoperto un mondo nuovo, donne e uomini alla ricerca di qualcuno che li ascoltasse ed all’occorrenza li consigliasse in scelte particolarmente difficili da prendere all’interno delle loro famiglie. Oppure mi vengono posti quesiti specifici di bioetica, in cui non è possibile essere a digiuno, ma occorre esprimere il pensiero della Chiesa con semplicità e chiarezza. Non so se riesco a farmi comprendere bene, ma è come essere inserito in una parrocchia, un territorio nel quale entri ogni giorno e non sai chi incontrerai e cosa dovrai dire: se dovrai stare accanto ai parenti di un moribondo, dedicando il tempo necessario, senza fretta. Oppure ascoltare un malato che da due mesi è ricoverato. Scherzare con gli Operatori Sanitari anche in luoghi particolari, come la rianimazione, o ascoltare con attenzione un infermiere particolarmente provato; perché gli infermieri mancano e chi lavora deve dare il massimo per svolgere il suo prezioso servizio. Capita che un medico talmente “preso” ti ringrazi per averlo lasciato parlare. In Pediatria mi approccio alle ragazze dal disturbo del comportamento, (anoressia ed autolesionismo) attento a centellinare le parole che pronuncio. Confortando i loro genitori, che hanno una croce pesantissima e lunga da portare. Capita anche di confrontarmi con il direttore sanitario di presidio, alle prese con problematiche tecniche ed interpersonali che mettono a dura prova il suo equilibrio. Oppure fermarmi con un’addetta alle pulizie, che fatica oltre misura, perchè gli anni sono andati avanti, la salute nella sua famiglia è venuta a mancare. Potrei continuare ancora, parlando dello stress che si vive in Pronto Soccorso, dove succedono tante disavventure. Ascoltare chi lavora al CUP, che rischia ogni giorno di perdere la pazienza. Devo reinventarmi più volte al giorno, “indossando abiti diversi”. È doveroso che sottolinei con forza l’emergenza in cui si sta dibattendo la sanità oggi, ho appena accennato della criticità infermieristica. Ma ci sono anche i medici in affanno, pochi e pieni di grandi responsabilità. Devono adottare una medicina difensiva, attenti a rispondere agli assalti verbali ed a volte anche fisici di cui sono oggetti, soprattutto dai parenti dei ricoverati, sempre pronti a minacciare denunce. Tutto questo dispendio di energie va a scapito del tempo da dedicare ai pazienti, che pure riescono a trovare con una passione inimmaginabile. Bellissima l’immagine di questa settimana di una giovane dottoressa che teneva teneramente per mano un papà di origini non italiane, al quale la sera prima era morto per infarto il figlio che lo accudiva. Come ho detto sono diventato amico di medici, anche primari di reparto. Qualche esempio: sono stato invitato ai loro matrimoni civili, dove mi hanno chiesto una preghiera della Chiesa. Anche in questo caso occorre essere attenti per non creare confusione: è per questo motivo che mi sono sempre avvalso dell’Ufficio Liturgico diocesano, che nella persona del suo direttore mi ha indicato come fare per non essere frainteso. Cosa che ugualmente è avvenuta. Ad un parroco è stato riferito che avevo celebrato il matrimonio religioso, ma essendomi tutelato si è dovuto ricredere. Oppure mi è capitato di organizzare e celebrare le esequie di una carissima amica primario di pediatria. Era lontana dalla fede, ma insieme abbiamo fatto un cammino in cui il Signore si è manifestato chiaramente: pochi mesi prima della morte, nel periodo Natalizio, mi ha chiesto di fare una breve liturgia solo lei ed io nella Cappella dell’ospedale. Una preghiera semplice, ma partecipata perché fatta con il cuore, che l’ha rasserenata. In tutto quello che sto dicendo cosa ho esperimentato? La grandezza di Dio che si serve di uno strumento consapevole delle sue incapacità e fragilità, ma constato che il Signore incide in modo profondo nelle anime e nella vita delle persone che incontro e questo mi dona nuova forza per proseguire nel ministero. Ogni giorno prego intensamente lo Spirito Santo che mi sostenga ed agisca. Al punto che dico spesso che “gli faccio fare gli straordinari”. Un altro episodio significativo in cui ho riscontrato l’agire di Dio è stato quello, in accordo con gli psichiatri, di portare con me, in giro per l’ospedale, una ragazza di 23 anni, studentessa di psicologia. I medici ed infermieri dei vari reparti che l’hanno conosciuta le si sono affezionati, incitandola a proseguire negli studi ed a “combattere” la sua malattia. È come se l’avessero adottata. Il risultato è stato che si è laureata a pieni voti e sta continuando a studiare per ottenere la laurea magistrale.

Dunque, sono cambiato, sì il ministero mi ha cambiato, mi ha fatto capire che il campo di missione del diacono è enorme e che da solo non posso fare nulla, ma unito a Dio nulla mi spaventa, o quasi.

A questo riguardo entro nel personale, perché ritengo sia necessario farvi presente una emergenza che tutti i diaconi, se vogliono possono affrontare. Dal 2009 ho incontrato molte mamme ricoverate che mi esprimevano il loro dolore per la perdita di un figlio 20 30 40 anni prima. Dolore mai sopito. E mi dicevo, questo è il mio futuro, in quanto la nostra prima figlia di 18 mesi, Chiara, dopo un Calvario di numerosi interventi chirurgici è andata in Paradiso. Poi 11 anni fa la nostra sesta figlia, Maria Giovanna di 23 anni, molto conosciuta nella nostra Comunità civile, è morta per incidente stradale. Vi lascio immaginare la disperazione di mia moglie, mia e delle sorelle e fratelli. Per quello che mi riguarda ho veramente sentito la vicinanza di chi lavora nel mio ospedale, la grande solidarietà espressami. Però gli anni successivi sono stati pesantissimi. Inimmaginabili per chi non ha fatto questa esperienza. Quando il nostro Vescovo mons. Marco Busca ha voluto che in diocesi si costituisse una Pastorale del lutto, in particolare di accompagnamento dei genitori che hanno perso i figli, siamo entrati a far parte dell’equipe formativa, in cui è presente uno psicologo, che guida un percorso terapeutico. Dopo aver organizzato e partecipato agli incontri dei primi due anni, abbiamo visto molti genitori letteralmente risorgere. Il dolore non viene cancellato, ma hanno trovato la forza di diventare loro stessi aiuto per i nuovi genitori che incontriamo nella disperazione. Di questa nostra esperienza dalla Cei Pastorale della Salute a mia moglie ed a me è stato chiesto di realizzare un video, che è nel sito You tube. Inoltre, due anni fa il diacono Enzo Petrolino, presidente della Associazione “Il Diaconato in Italia”, ci ha chiesto di parlarne al Convegno ad Assisi. Perché abbiamo accettato di parlare di noi? Perché vi coinvolgo? Perché oggi in Italia ci sono numerosissimi genitori che non sanno dove andare a chiedere aiuto e le due uniche realtà diocesane esistenti sono la nostra e quella di Verona. Chiedo la carità a ciascuno di voi di impegnarsi in questo campo, perché si tratta di una emergenza in cui si cerca di non farsi coinvolgere, perché si tratta di esercitare una carità dolorosa. Se poi foste così bravi e capaci da coinvolgere i vostri Vescovi nel costituire Pastorali Diocesane che possano accogliere e proteggere questi genitori da pericolose derive, sarebbe il massimo. Evitereste a questi papà e mamma di evitare raggiri, in cui spillano soldi e fanno false promesse, al di fuori dell’unica realtà che la Chiesa proclama della Comunione dei Santi. Ripeto con convinzione che è una emergenza proteggere questi genitori e la Chiesa lo può fare attraverso i suoi diaconi, che hanno famiglia e possono immaginare quanto dolore ci sia quando muoiono i propri figli. Ci ha creduto la Pastorale della Salute della Cei. Ci hanno creduto Vescovi diocesani, credo che questo possa essere un inizio importante, senza nulla togliere alle splendide persone di buona volontà, come don Luigi Verdi, che ha fondato la fraternità di Romena, come l’Associazione figli in Cielo, fondata dalla signora Andreana Bassanetti, diffusa in molte zone Italiane ed altre ancora. Ma in tutto questo impegno, volete mettere l’importanza di una Chiesa particolare che si prende cura dei suoi figli in un modo strutturato con un cammino terapeutico? Magari supportati dai Padri Camilliani, come avviene a Verona.

Grazie per la pazienza di avermi ascoltato. Che lo Spirito Santo vi accompagni sempre.

diacono Gianni Artioli

 

Caritas

Innanzitutto, grazie di cuore per questo invito. Quando mi è stato chiesto di portarvi la mia testimonianza, ho vissuto un tempo di profondo discernimento e preghiera. Mi sono chiesto: “Cosa posso dire di utile a fratelli che, in molti casi, hanno sulle spalle molti più anni di ordinazione, più esperienza pastorale e, certamente, una tempra spirituale più provata della mia?”. Sono Claudio, sono sposo e padre di tre bambini. Sono stato ordinato il 26 dicembre 2022, nel giorno di Santo Stefano, il primo dei diaconi. Una data che per me non è solo un anniversario, ma un programma di vita. Dal 2019, però, prima ancora dell’imposizione delle mani, il Vescovo Daniele mi ha chiamato a dirigere la Caritas diocesana di Crema. Questa sovrapposizione temporale tra l’incarico “professionale” e il cammino vocazionale ha fatto sì che le due dimensioni si intrecciassero in modo inestricabile. Oggi mi è onestamente difficile distinguere dove finisca il direttore e dove inizi il diacono, o quale dimensione preceda l’altra. Ma forse è proprio questo il senso: il diaconato non è un “abito” che indosso sopra il mio lavoro, ma è la sostanza stessa del mio essere nel mondo.

  1. La “Chiamata” attraverso i poveri

La mia relazione con i poveri non è nata con l’ordinazione. È sempre stata parte costitutiva della mia fede. Ho sempre sentito una sorta di attrazione verso chi, apparentemente, non ha nulla da dare e sembra capace solo di chiedere. Ma guardandomi indietro, posso dirvi con certezza che sono stati i poveri a chiedermi di mettere ordine nella mia fede. Spesso pensiamo di essere noi a portare Dio ai poveri. La realtà è che spesso sono loro a costringerci a guardare Dio in faccia, senza filtri. Quando don Pierluigi Ferrari mi propose di iscrivermi all’Istituto Superiore di Scienze Religiose, senza inizialmente parlarmi di diaconato, lo percepii come una “chiamata” nel senso più biblico del termine. Era l’occasione per capire perché il mio essere “amico degli uomini” e il mio desiderio di essere “amico di Dio” non potessero essere vissuti come compartimenti stagni. Papa Leone al 110 della Dilexi te dice con parole chiare quella che era una mia esigenza: “110. Per noi cristiani, la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede. L’opzione preferenziale per i poveri, ossia l’amore della Chiesa verso di loro, come insegnava San Giovanni Paolo II, «è determinante e appartiene alla sua costante tradizione, la spinge a rivolgersi al mondo nel quale, nonostante il progresso tecnico-economico, la povertà minaccia di assumere forme gigantesche». La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata. «Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà del Signore. E questo non è facile».” Ecco, la Caritas per me è il luogo teologico dove questa carne si tocca ogni giorno. Non è sociologia, è cristologia vissuta dove, come diceva Papa Francesco è l’occasione «Per entrare davvero nel mistero dell’incarnazione, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata».

  1. Come mi sento Diacono in questo servizio?

Intanto mi sento un grande privilegiato. Faccio il lavoro più bello del mondo. Poter unire il servizio, la vocazione e il lavoro, per me, è davvero un privilegio e sento questa responsabilità. Vivere il diaconato in Caritas è un dono, ma non è privo di fatiche. I miei compagni di viaggio – volontari, colleghi, collaboratori – mi hanno visto crescere. Mi hanno supportato nel percorso verso l’ordinazione, ma non c’è stato un “prima” e un “dopo” visibile esternamente. Tuttavia, io sento che il mio modo di “governare” la Caritas è cambiato. Cerco di vivere la responsabilità non come potere, ma come custodia della comunione. Ho scelto fermamente di gestire la struttura attraverso un’equipe di operatori. Perché? Perché se il diacono è segno di Cristo Servo, allora il suo primo compito è far sì che la comunità sperimenti la condivisione delle responsabilità. Non voglio essere un “direttore solo”, ma parte di un corpo che serve. E poi c’è la dimensione dell’annuncio. Non serve essere diaconi per parlare di Dio a un ospite della mensa o del dormitorio, ma per me è diventato un “dovere d’amore”. Spesso le persone di strada portano ferite profonde, ma conservano una dimensione “Altra”, un orizzonte che guarda in alto, specialmente nei momenti estremi. Penso ai funerali. Quando un nostro ospite muore, celebrare il rito funebre in parrocchia è per me un momento di una bellezza straziante. Un’omelia dedicata a chi la società ha scartato, un funerale dignitoso e curato: questo è il servizio liturgico più alto che sento di rendere. È restituire dignità regale alla carne di Cristo che è stata umiliata. Mi sento anche con un senso di inadeguatezza. Se l’incontro con i poveri è costitutivo di una fede adulta per tutti, sento che ancor di più lo deve essere per me e per chi collabora con me. Se a tutti viene chiesto 5 mi sento di dover dare almeno 8…visto il privilegio che ho. Papa leone nella Dilexi te ci dice che i poveri non sono oggetto della nostra azione caritativa ma soggetto con i quali fare un cammino insieme…lo dice a tutti…ma a maggior ragione sento la responsabilità di ascoltarlo.

  1. Come mi ha cambiato e come mi aiuta a crescere?

Se mi chiedete come mi ha cambiato il diaconato, rispondo: nella consapevolezza. Oggi so di non rappresentare più me stesso. Quando parlo, quando agisco, porto con me il cuore della Chiesa di Crema. Sapere che la mia Diocesi “dedica” un diacono, investe risorse e strutture per gli ultimi, dice di cosa sta a cuore alla Chiesa di Crema. Ne sento tutto il peso e la bellezza. Mi ha aiutato a crescere anche nella preghiera. Lo dico con estrema sincerità tra fratelli: la Liturgia delle Ore è un’ancora di salvezza, ma è anche una lotta. Con tre figli piccoli, le Lodi al mattino non sono quasi mai un momento di silenzio monastico. La Compieta spesso arriva quando le forze sono al lumicino. Ma proprio questo “obbligo” mi salva dall’attivismo frenetico. Mi ricorda che la giornata ha una dimensione che va oltre i bilanci, i progetti del Terzo Settore o le emergenze abitative. C’è poi la preghiera “informale”: quella che nasce davanti a un fratello difficile, a una scelta amministrativa complessa. Chiedere al Signore di “vedere la speranza dove è difficile vederla” e di riconoscere le persone come fratelli, e non come semplici “portatori di bisogni” o “numeri di protocollo”. Questa appartenenza al mondo ordinato mi dà serenità: so di essere parte di un cammino che mi precede e che continuerà dopo di me. La mia ordinazione è “per sempre”, e questo “per sempre” è la mia roccia.

  1. Le fatiche della soglia: casa, lavoro, altare

Non posso nascondervi le fatiche. La prima è la conciliazione. Caritas non è un ufficio qualunque. È un lavoro che richiede estrema professionalità – pensate alla gestione delle fondazioni, delle cooperative, alle leggi sul lavoro, alla riforma del Terzo Settore – ma è contemporaneamente una vocazione totalizzante. Far convivere la “professionalità” del direttore con la “prossimità” del diacono è una sfida quotidiana. La seconda fatica è di natura ecclesiale. Dobbiamo dircelo con umiltà: spesso i poveri non sono al centro della nostra “fede adulta”, né di certe logiche curiali. Ricordare, come fece San Lorenzo, che i poveri sono il vero tesoro della Chiesa, a volte ci rende voci scomode, anche dentro casa nostra. Infine, il sacrificio della parrocchia. La Caritas assorbe ogni energia, spesso anche la sera e nei fine settimana. Questo mi lascia poco spazio per la vita della mia comunità parrocchiale, un luogo che amo profondamente. Vedere la mia presenza ridotta quasi solo alla celebrazione mi pesa. È una ferita che porto all’altare, offrendo anche questo limite come parte del mio servizio.

  1. Conclusione

In conclusione, cosa posso dirvi? Che il diaconato in Caritas è un’esperienza di “soglia”. Sei sulla porta, tra la strada e l’altare. È un luogo scomodo, dove tira vento, ma è un luogo benedetto. Vi chiedo di pregare per me, perché io non smetta mai di lasciarmi “ordinare” la fede dai poveri che incontro. E perché, tra una delibera e un progetto, io sappia sempre scorgere quel Cristo che ha fame e che aspetta solo di essere riconosciuto. Grazie per il vostro ascolto.

Diacono Claudio Dagheti

 

Pastorale carceraria

La testimonianza del diacono Claudio Gamaliele Oliva verrà pubblicata sulla rivista La Fiaccola.

 

Caravaggio, 17 gennaio 2026